150° Gen. Olmi

 

Nel 150° di fondazione del Corpo, le penne nere di Bobbio fanno memoria di nobili figure di Alpini bobbiesi radicati nella Grande Storia del Novecento.

Testimonianze sulla vita del Generale Roberto Olmi

Da Balzago, storica terra degli Olmi e da Bruxelles attuale residenza, Roberto Olmi racconta con passione le vicende del nonno, generale di Corpo d’Armata con cuore alpino, di cui porta orgogliosamente il nome.

(Roberto Olmi)

"Mio nonno è nato a Bobbio il 9 maggio 1890 da Carlo, funzionario presso il Ministero delle Finanze a Varzi, e Luisa Garcèa, maestra in varie sedi (Bobbio, Varzi, L’Aquila), figlia del Garibaldino Antonio Garcèa e della pedagoga Giovanna Bertòla. Era un ragazzo vivace, che seguiva gli studi scolastici con profitto.

All’età di 17 anni annuncia in una lettera ai genitori la sua determinazione di abbracciare la carriera delle armi, piuttosto che studi universitari che avrebbero gravato sul bilancio familiare.

In effetti, grazie al brillante diploma di maturità conseguito nel giugno 1908, e per “benemerenze familiari” (un nonno Garibaldino), fu ammesso al Corso Allievi Ufficiali dell’Accademia militare di Modena nel dicembre dello stesso anno, con una borsa di studio che lo esentava dalla retta del primo anno di corso.

Terminato il triennio a Modena come sottotenente, nel settembre 1910 è assegnato al Corpo Alpino, come ardentemente desiderava. Frequenta dapprima la Scuola Centrale di Tiro di Fanteria a Parma, poi tra l’aprile 1911 e agosto 1912 serve nel 7° Alpini, dapprima nel battaglione Feltre, e dall’agosto 1912 nel battaglione Belluno.

Le sue note caratteristiche per il 1911 e il 1912 lo descrivono « calmo ed energico », dotato di buon ascendente morale sui soldati « grazie all’esempio e alla fermezza »; intelligente e dotato di buon senso pratico, « dimostra passione per lo speciale genere di vita degli Alpini (…) è resistente, buon marciatore e sopporta bene le fatiche della montagna ». Insomma, « ha tutte le qualità per riuscire in seguito un buon ufficiale ».

E’ mancato nel settembre 1968 quando io avevo 11 anni e mezzo.

Lo ho conosciuto quindi da bambino. Vedevo le sue medaglie, i cimeli che aveva in casa e mi raccontava tutte le storie e vicende che aveva vissuto e quindi ho sentito dalla sua bocca la sua versione.

Poi più tardi ho letto dei libri e ho approfondito.

(Generale di Corpo d’Armata Roberto Olmi)

Libia 1911 – 1913: Nella guerra italo-turca

“La carriera militare di mio nonno era cominciata sempre negli alpini in Libia. Era uscito dall’accademia militare di Modena come sottotenente degli alpini e il 13 febbraio 1913 è partito volontario a Napoli per Tripoli, dove sbarca tre giorni dopo e raggiunge il battaglione Feltre.

Benché la guerra italo-turca (1911-12) si sia conclusa vittoriosamente con il trattato di Losanna, e la Libia sia stata riconosciuta internazionalmente quale colonia italiana, in realtà l’Italia controlla effettivamente solo 7-8 principali località costiere della Tripolitania, mentre l’interno, e buona parte della Cirenaica restano da « pacificare », come si diceva allora.

E’ questo il caso del retroterra di Tripoli, l’altipiano del Gebèl occidentale, dove formazioni di guerriglieri berberi (dette ‘mehalla’) agli ordini del notabile locale Suleiman el Baruni, deputato al Parlamento ottomano, rifiutano di sottomettersi agli italiani.

(altopiano del Gebèl)

(Mehalla- guerriglieri berberi)

Il Feltre è inquadrato nella « colonna Cantore », reggimento speciale Alpino formato ad hoc per la Libia con quattro battaglioni sottratti ad altrettanti reggimenti schierati alle frontiere alpine : il Feltre del 7°, il Susa del 3°, il Tolmezzo dell’8° e il Vestone del 5°.

E’ parte integrante della I^ Divisione e comandato dall’allora colonnello, futuro generale Antonio Cantore, che diventerà noto come « l’eroe delle Tofane ».

L’invio di Alpini in terra africana non deve sorprendere : l’entroterra libico è un vasto altipiano con zone montuose dove proprio le loro specifiche qualità belliche e montanare erano utili allo svolgimento della campagna. Colonne mobili leggere dotate di elevata autonomia tattico-logistica erano idonee a contrastare la speciale guerra di sorprese e imboscate che si combatteva in Libia.

In questa guerra di Libia era, quindi,con il generale Cantore.

(Gen. Cantore)

Campagna nel Gebèl occidentale :

Il primo scontro coi ribelli della Tripolitania è la battaglia del Gariàn del 23.3.1913, che apre agli italiani le porte dell’altopiano.

A seguito della presa del presidio di Assàba da parte delle truppe italiane, il capo ribelle El Baruni fugge in Tunisia, le sue mehalla si sbandano e numerosi capi tribù locali fanno atto di sottomissione e giurano fedeltà al governo italiano.

Per il valore dimostrato in tale combattimento, il S. Ten. Olmi è decorato di medaglia di bronzo al valor militare « perché tenne sempre contegno esemplare e dimostrò fermezza unita a slancio e coraggio – Assàba, 23 marzo 1913 ».

“Energica avanzata contro i ribelli di El Baruni”, film del 1912”

In quella domenica (23 marzo 1913) accadde un episodio di grande umanità alpina. Il battaglione Tolmezzo fu il primo reparto ad entrare nella fortezza conquistata e si trovò davanti una scena umanamente straziante: una donna probabilmente una schiava nubiana che ferita a morte stringeva al petto il suo piccolo piangente di circa due anni. La donna poco prima di morire offrì a quei nemici che la attorniavano il suo bene più prezioso affinchè lo proteggessero. Gli alpini montanari friulani se ne presero cura con affetto. Dopo la battaglia il bimbo rientrò con gli alpini del Tolmezzo in Tripolitania e all’unanimità gli fu dato il nome di Pasqualino Tolmezzo.

Finita la guerra, Pasqualino arriverà in Italia a seguito degli alpini; diverrà ufficiale e in punto di morte chiederà di essere sepolto a Udine vicino agli alpini.

L’avanzata degli Alpini continua a marce forzate, sono prese le località di Misga e Kikla. Il 26 marzo la colonna Cantore, affiancata da quattro reggimenti di ascari eritrei, raggiunge Suadna, accolta dal locale caimacàn e da alcuni capi rimasti fedeli al nostro governo e che per tale motivo erano stati imprigionati dai ribelli.

(Ascari eritrei)

Il mattino del 27 gli italiani sono accolti come liberatori a Jefrèn, al suono delle fanfare e tra due ali di folla festante. Nel castello viene scoperta una fabbrica di munizioni in piena efficienza, gestita da un cittadino francese, tale Léon Laffitte, che confessa di essere stato al servizio prima dei turchi poi di El Baruni. Viene arrestato. La presa di Jefrèn ha ripercussioni favorevoli non solo sulla pacificazione del Gebèl, ma anche sulle regioni limitrofe e accelera il processo di disgregazione nelle file ribelli. L’avanzata della colonna Cantore si conclude nel Gebèl meridionale, con la sottomissione di Zintan e Fessato, e fino a Nalut, ai confini della Tunisia. Il 29 marzo ben 27 capi del Fezzàn e dell’Orfella si recano a Tripoli per fare atto di sottomissione. Le sottomissioni di tribù si moltiplicheranno nell’aprile successivo.

Operazioni in Cirenaica orientale contro i Senussi

Pacificato il Gebèl occidentale, la colonna Cantore si imbarca, sul piroscafo Minas, alla volta di Derna, per affrontare un’altra prova. In Cirenaica orientale è in corso la ribellione della potente confraternita musulmana dei Senussi. Spesso inquadrate da ufficiali e regolari dell’esercito ottomano, tra i quali Enver Bey e Aziz Bey, le mehalle senussite conducono frequenti aggressioni e colpi di mano a partire dai loro campi fortificati, alcuni dei quali dislocati a distanza ravvicinata dalle opere di difesa italiane attorno a Bengasi, Derna e Tobruk.

(Mujahidin Senussi)

Con la presa del campo fortificato di Ettangi nell’entroterra di Derna il 18-19 giugno 1913, gli Alpini della Colonna Cantore ristabiliscono in pochi giorni la critica situazione battendo le truppe di Enver Bey e riconquistando tutte le posizioni perdute nel maggio precedente.

A seguito di quel fatto d’arme il S.Ten. Olmi riceve un encomio solenne perché «comandò il plotone con calma, fermezza e coraggio dando lodevole esempio ai suoi dipendenti. Ettangi 18 giugno 1913 »

Il 17 luglio 1913, dopo « gli ozi di Derna », la colonna Cantore si imbarca di nuovo, alla volta di Tobruk, da dove, a marce forzate, raggiunge e conquista il campo fortificato di Ras Mdauar (18 luglio 1913), costringendo alla ritirata le truppe di Enver Bey.

Da Tobruk, la colonna si trasferisce a el Merg (l’attuale el Marj), ove il sottotenente Olmi, pur continuando a comandare il suo plotone, funge da interprete di arabo cirenaico nel piccolo stato maggiore di Cantore, acquartierato nel locale castello. La sua conoscenza della lingua deve essere stata essenziale, ma sufficiente per interrogare indigeni e trattare con capi locali.

Il 21 settembre 1913 Olmi è promosso tenente.

All’inizio del 1914 da el Merg Cantore si lancia alla presa di el Carruba e di Marana.

La colonna Cantore rimarrà in Cirenaica fino all’agosto 1914, tuttavia con lo spettro del conflitto mondiale che si stava avvicinando, il rimpatrio del battaglione Feltre del 7° Alpini avviene già il 20 gennaio 1914, da Tolmetta (l’antica Tolemaide), in Cirenaica, con sbarco a Siracusa il 23, donde raggiunge gli acquartieramenti del battaglione Belluno, sempre nel 7° Alpini, di cui il ten. Olmi comanda la Sezione mitragliatrici fino all’agosto del 1914.

La campagna di Libia, in cui il tenente Olmi riceve il battesimo del fuoco, è una tappa fondamentale per la sua formazione militare. Secondo i suoi superiori egli « ha dimostrato d’essere robusto e resistente alle fatiche della campagna e al clima della Libia ».

Cantore giudica che « il Ten. Olmi in Libia ha fatto molto bene, è molto intelligente, è di ottimo carattere e promette di farsi un ufficiale di valore”.

Cornice storica

La guerra italo-turca (nota in italiano anche come guerra di Libia), fu combattuta dal Regno d'Italia contro l'Impero ottomano tra il 29 settembre 1911 e il 18 ottobre 1912, per conquistare le regioni nordafricane della Tripolitania e della Cirenaica.

Le ambizioni coloniali e imperialistiche spinsero l'Italia a impadronirsi delle due province ottomane che nel 1934, assieme al Fezzan, avrebbero costituito la Libia dapprima come colonia italiana e in seguito come Stato indipendente. Durante il conflitto fu occupato anche il Dodecaneso nel Mar Egeo; quest'ultimo avrebbe dovuto essere restituito ai turchi alla fine della guerra, ma rimase sotto amministrazione provvisoria da parte dell'Italia fino a quando, con la firma del trattato di Losanna nel 1923, la Turchia rinunciò a ogni rivendicazione e riconobbe ufficialmente la sovranità italiana sui territori perduti nel conflitto.

“Tripoli bel suol d’amore” era il ritornello della canzone più in voga a quel tempo.

La guerra registrò numerosi progressi tecnologici nell'arte militare, tra cui, in particolare, il primo impiego militare dell'aeroplano sia come mezzo offensivo sia come strumento di ricognizione (furono schierati in totale nove apparecchi. Il 23 ottobre 1911 il pilota capitano Carlo Maria Piazza sorvolò le linee turche in missione di ricognizione e il 1º novembre dello stesso anno l'aviatore Giulio Gavotti lanciò a mano la prima bomba aerea (grande come un'arancia, si disse) sulle truppe turche di stanza in Libia. Altrettanto significativo fu l'impiego della radio con l'allestimento del primo servizio regolare di radiotelegrafia campale militare su larga scala, organizzato dall'arma del genio sotto la guida del comandante della compagnia R.T. Luigi Sacco e con la collaborazione dello stesso Guglielmo Marconi. Infine, il conflitto libico registrò il primo utilizzo nella storia di automobili in una guerra: le truppe italiane furono dotate di autovetture Fiat Tipo 2 e motociclette SIAMT.

(Fiat Tipo 2)

(motocicletta SIAMT- Stabilimento Italiano Applicazioni Meccaniche Torino)

(aereo italiano in Libia)

“Mio nonno mi raccontava anche diversi aneddoti sulla guerra di Libia; diceva che i libici avvelenavano i pozzi e nonostante le avvertenze dei comandi italiani, gli àscari eritrei bevevano l’acqua e purtroppo morivano.

Poi mi raccontava della Libia un fatto curioso:

avevano in dotazione delle mitragliatrici con raffreddamento ad acqua e per fare il caffè mettevano un po’ di caffè nell’acqua della mitragliatrice, sparavano dei colpi così che l’acqua si riscaldava e ottenevano un caffè caldo da bere. Non so però quanto fosse buono…”

(Alpini in Libia)

(Alpini in Libia)

(Alpini in Libia)

(Alpini nel deserto - 8 luglio 1912: il quadrato degli Alpini che resiste al furioso attacco dei nemici)

Storia della Libia italiana 1911 - 1940

 

(continua)


Alpini bobbiesi radicati nella Grande Storia del Novecento.

(..continua Gen. Olmi)

Guerra di mina sulle Dolomiti

“Durante la Grande Guerra, mio nonno era stato nella zona delle Tofane precisamente nella val Travenanzes.

Faceva parte, come capitano, del 7° Reggimento Alpini della Brigata Alpina Julia.

Lui aveva un pallino: voleva assaltare il Lagazuoi che avrebbe fatto saltare con delle mine.

Per fortuna faceva troppo freddo e c’era troppa neve e non sono riusciti: magari ha salvato la pelle.”

(Il capitano degli alpini R.Olmi su una teleferica di guerra -1916. Sul cappello il simbolo del 7°Alpini)

Cornice storica

La guerra di mina del Lagazuoi è stata una guerra bianca sul fronte italiano (1915-1918) durante la prima guerra mondiale. L'obiettivo dell'attacco italiano era quello di conquistare le posizioni difensive situate sulla cima del Lagazuoi e controllare gli accessi al passo di Valparola.

(cartina Lagazuoi 1915)

Durante il corso della prima guerra mondiale, tra il 1915 e il 1917, il Lagazuoi fu teatro di aspri scontri tra le truppe italiane e quelle austro-ungariche, che costruirono complesse reti di tunnel e gallerie scavate all'interno del Piccolo Lagazuoi e tentavano a vicenda di far saltare in aria o di seppellire le posizioni avversarie con il metodo della guerra di mina.

(galleria del Lagazuoi)