Il libro Alpini ribelli. Studi storici sulle Penne nere nella Resistenza 1943-1945 racconta il contributo degli alpini alla lotta di liberazione durante la Seconda Guerra Mondiale. Dopo l'8 settembre 1943, molti militari entrarono nelle file della Resistenza, e gli alpini si dimostrarono particolarmente adatti alla guerriglia in montagna

. Il volume esplora il ruolo delle Penne Nere nelle diverse regioni e teatri di guerra, analizzando formazioni come le bande di Giustizia e Libertà in Piemonte, le Fiamme Verdi in Lombardia, le divisioni Osoppo in Friuli e le brigate Julia in Emilia.

Gli alpini hanno avuto un ruolo significativo nella Resistenza in Emilia e Liguria, sfruttando la loro esperienza in montagna per combattere contro le forze nazifasciste. In Emilia, molte formazioni partigiane includevano ex alpini, che si unirono alla lotta dopo l'8 settembre 1943. Questi gruppi operarono soprattutto lungo l'Appennino, contribuendo a sabotaggi e azioni di guerriglia contro le truppe tedesche e fasciste.

In Liguria, gli alpini ribelli si distinsero per la loro partecipazione alle battaglie nelle zone montuose, dove sfruttarono la loro conoscenza del territorio per contrastare le operazioni di rastrellamento nemiche. La loro presenza fu fondamentale per la difesa delle comunità locali e per il mantenimento delle linee di comunicazione tra i vari gruppi partigiani.

La Resistenza in montagna (https://resistenzamappe.it/regione/montagna)

L'Appennino emiliano-romagnolo, pur non rappresentando come le Alpi piemontesi un precoce rifugio di militari e ribelli, costituisce un luogo d'elezione della Resistenza italiana.

All'indomani dell'8 settembre, infatti, diversi gruppi spontanei salgono in montagna (Corbari nel ravennate, i Cervi nel reggiano, Barbolini nel modenese); e molte canoniche diventano ben presto rifugio per soldati sbandati, ex-prigionieri ed ebrei.

Ma queste iniziative, prive di organizzazione militare e di appoggio politico, vengono sopraffatte dalla reazione nazifascista e dai disagi dell'inverno.

In primavera, però, con la scadenza dei bandi di arruolamento, molti giovani si riversano in montagna, andando a nutrire le formazioni partigiane. Tra marzo e aprile esse impegnano l'occupante in numerose battaglie campali, quali Cerrè Sologno, Lago Santo, Monte Santa Giulia e Calanco. 

In diverse località, come Montecavolo o Castel D'Aiano, si registrano anche forme di resistenza civile. 

Con la ritirata verso la Linea Gotica, i tedeschi avviano pesanti rastrellamenti, che investono il modenese-reggiano a fine marzo (strage di Monchio e Cervarolo), il forlivese e il riminese in aprile (Fragheto).

Nel mese di giugno i partigiani compiono importanti operazioni di sabotaggio delle vie di comunicazione e riescono a liberare ampie zone delle vallate emiliane, avviando esperimenti di autogoverno, tra i quali si distinguono la Repubblica di Montefiorino e quella di Bobbio.

La Repubblica di Bobbio

La Repubblica di Bobbio è stata un'entità statuale provvisoria nata nell'omonima città emiliana in provincia di Piacenza nel contesto della VI Zona Operativa fra il 1944 ed il 1945 durante la seconda guerra mondiale dai partigiani liberatesi dall'occupazione nazi-fascista. La Repubblica si estendeva per 90 km, comprendendo un tratto della statale Piacenza-Genova in Val Trebbia da Rivergaro a Torriglia (che costituiva una zona libera a se stante), comprendendo le valli circostanti in Oltrepò da Varzi (zona libera a se dal settembre alla seconda liberazione di Bobbio) fino a Voghera, Val Tidone, Val d'Aveto, Val Scrivia, Valbrevenna, Val Borbera, Val Grue, Val Vobbia e Val Curone.

A cavallo tra il 1943 e il 1944 le esigue forze nazifasciste non ebbero la capacità d'impedire ai partigiani di espandere la loro influenza in tutto il comune e nelle valli. Il 7 luglio 1944, dopo che i partigiani avevano disarmato la Milizia contraerea, i nazisti furono costretti ad abbandonare la zona. Radio Londra annunciò «Bobbio, la prima città del Nord Italia liberata».

Ben presto però scattano i pesanti rastrellamenti noti come "Operazione Wallenstein", che interessano prima l'area a est della Cisa (30 giugno-7 luglio), poi quella a ovest (18-29 luglio), quindi la zona modenese (30 luglio-3 agosto).

In questo contesto vengono compiuti numerosi eccidi (Bettola, Tavolicci, Neviano), che culminano a fine settembre nella più grave strage del contesto italiano, quella di Montesole, con quasi 800 civili morti. 

Dopo l'estate i partigiani riprendono a combattere strenuamente a Rivoschio, Monte Battaglia, Ca' Malanca; ma subiscono gravi perdite a Monte Caio e Legoreccio.

I rastrellamenti tedeschi, resi ancora più cruenti dall'intervento dei temibili “mongoli", proseguono  tra novembre e gennaio nel piacentino, nel parmense, nel modenese.

Le formazioni partigiane si frammentano, ma non si disperdono: una parte filtra oltre il fronte, altri gruppi si nascondono per affrontare il rigido inverno.

Molte aree della montagna, dopo la devastazione nazifascista, vengono abbandonate dai presidi; le giunte elettive riprendono a funzionare sperimentando nuove forme di gestione degli ammassi e dei servizi.

Con l'arrivo della bella stagione i ribelli riprendono l'offensiva.
Alcune formazioni, come la Brigata Mario Gordini o la Divisione Modena Armando, entrano come reparti operativi nella VII e V armata Alleata.

Ma già prima della ripresa delle operazioni angloamericane, i partigiani compiono importanti operazioni militari, come l'attacco a Botteghe di Albinea del 27 marzo e la difesa delle centrali elettriche di Ligonchio e Farneta.

Manifestazioni di civili si svolgono a Monteveglio e Bibbiano, culminando nella giornata preinsurrezionale del 13 aprile. 
Il 14 la V armata americana attacca il dispositivo difensivo tedesco sugli Appennini. I partigiani della montagna scendono a valle e partecipano attivamente alla liberazione delle principali città della regione.