Novembre 1917 – Fatti d’armi a Cima Campo

(Racconto del nipote del Maggiore Roberto Olmi)

“Al comando del battaglione “Monte Pavione” composto da circa 800 alpini nell’ambito del 7° Reggimento, mio nonno schierò sulla direttrice dei monti che vanno dalla val Sugana alla valle del Cismon i suoi soldati. Per quanto riguarda la 1^ guerra mondiale sulla vicenda di Cima Campo c’è un libro molto ben fatto che descrive questo episodio basato sui diari del reparto che lo storico è andato a consultare a Roma nei musei dove si conservano tutti i diari ufficiali. E in questi diari c’è esattamente quello che mi aveva raccontato mio nonno di quella battaglia. 

Cornice storica

Motto del 7° Alpini : "Ad excelsa tendo"

I battaglioni del 7° Reggimento Alpini operavano nella Grande Guerra in Val Brenta, alla Forcella Lavaredo, nell’Alta Val Cordevole, sulle Tofane, nella zona della Marmolada e in val Cismon.

Lo storico Luca Girotto scrive nel libro “La lunga trincea 1915 – 1918”: Il sacrificio del Monte Pavione a cima Campo.

Il 24 ottobre 1917 era stato un giorno del tutto simile ai precedenti per i giovani alpini del btg. Monte Pavione sulle frastagliate creste del massiccio di Cima d'Asta: nelle loro trincee, ormai rafforzate da oltre un anno di laboriosa permanenza, la vita scorreva tranquilla, quasi noiosa. Erano tutte posizioni tra i 2300 e i 2500 metri, sopra pareti quasi inaccessibili o alla testata di angusti valloni: sorprese da parte austriaca non se ne dovevano temere. Eppure quel giorno, con i successivi, sarebbe passato alla storia.

Sulle remote vette di Rava le prime voci del disastro di Caporetto arrivano con le salmerie all'inizio di novembre, ma “radio scarpa” questa volta è confusa, incerta; l'enormità della tragedia rende la stessa assai difficile da credere: centinaia di migliaia di prigionieri, migliaia di cannoni catturati, perfino Udine in mano austriaca!

(Alpini)

Poi, il 4 novembre, la svolta: arriva l'ordine in apparenza innocuo che il comandante del battaglione proceda allo studio di un “ipotetico” arretramento sulla linea Asolone-Solarolo nel massiccio del Monte Grappa.

Il magg. Olmi capisce immediatamente di che si tratta, esegue e resta in attesa.

Il 7 ecco i temuti ordini: la ritirata avverrà tra il 7 e l'8 novembre per le fanterie, le artiglierie e i servizi che saranno i primi a ripiegare; in giornata il Pavione entra a far parte, col Val Brenta e Natisone, del cosiddetto gruppo Sirolli che assieme agli altri due gruppi Streva e Dalla Bona(dai nomi dei rispettivi comandanti) costituisce il gruppo di copertura del ten. col. Piva con il compito di proteggere la ritirata del XVIII° corpo d'armata tra la Valsugana e il Primiero.

Al gruppo Sirolli , l'8 novembre, spetta estendere la sua occupazione a sud del Cimon Rava per sostituire i reparti che si sganciano in successione; anch'esso poi, la sera del 9, inizierà il ripiegamento in fasi successive, prima sulla cosiddetta “linea gialla”, la sera del 10 sulla “linea verde”, la sera dell'11 su quella “azzurra” ed infine, il 12, tra monte Asolone, monte Pertica e Solarolo. Ma prima dovranno essere distrutte baracche, teleferiche, depositi di viveri e vestiario; il tutto senza attirare l'attenzione del nemico.

(Il progressivo arretramento italiano(7,9 e 10 novembre), le direttrici d’attacco austriache e lo schieramento della “colonna Piva”.)

Tutto procede alla perfezione fino al mezzogiorno del 10, quando i telefonisti commettono l'imprudenza di incendiare con troppo anticipo le stazioni a monte dei loro impianti.

Gli austriaci se ne accorgono e già all'imbrunire le loro truppe da montagna premono con molestia sulla linea gialla. Dalla già occupata conca di Tesino e dalla val Cismon gli imperiali dirigono quindi verso Cima Campo e cima Lan con l'intenzione di puntare poi su Primolano. Ciò viene giustamente visto come un potenziale disastro dal comandante del XVIII° corpo, gen. Tettoni, il quale sa bene che le sue truppe della zona Strigno-Scurelle sono in grave ritardo sulla prevista tabella di marcia e rischiano di trovare la strada della ritirata chiusa alle loro spalle da una troppo rapida calata degli austriaci. Inoltre non è ancora iniziato lo sfilamento per Primolano di una grossa colonna in ripiegamento dal bellunese: la sua sorte sarebbe segnata se la truppe da montagna austriache non venissero trattenute sui monti.

Ecco quindi che, il mattino dell'11, giunge da Cismon l'ordine per il maggiore Olmi di non spostarsi sulla retrostante posizione di Col del Gallo (linea azzurra) ma di rimanere ad ogni costo sui rilievi costituenti la linea verde.

Detto, fatto: per l'alba dell'11 gli 800 alpini del Monte Pavione, assieme ad una cinquantina del Val Natisone, occupano tutta la serie di alture che tra il precipizio sulla Valsugana ed il solco del torrente Cismon si oppongono alla progressione dei reparti imperiali.

Perno fondamentale della linea difensiva del Pavione è l'imponente complesso corazzato di Cima Campo chiamato forte Leone. Si trattava della fortificazione più potente costruita dagli italiani a ridosso della linea di confine tra il corso dell'Adige e la Marmolada: scavato in gran parte nel versante stesso del rilievo da cui mutua il nome, il suo armamento principale consisteva all'inizio in 6 cannoni da 149A sotto cupole di 5 metri di diametro e 16 centimetri di spessore poste sulla copertura; 3mitragliatrici in casamatta; 5 mitragliatrici Gardner in torrette blindate “a scomparsa”(cioè retrattili) ed un cannone automatico per la difesa del fronte di gola completavano la dotazione sussidiaria.

(Forte Leone di Cima Campo, costruito nella roccia. Si vedono i fori dai quali spuntavano i cannoni)

 

Un tale complesso di mezzi d'offesa e di difesa avrebbe potuto costituire un ben difficile superabile ostacolo per qualsiasi attaccante.. se la cronica penuria italiana in fatto di artiglieria non avesse causato, tra il 1915 e la fine del '16, il disarmo completo del forte i cui cannoni vennero ritenuti più necessari sulle linee di Valsugana e del Lagorai.

Con la ritirata cima Campo tornava in prima linea, ma nulla ormai restava dell'originaria potenza della fortezza: dalle cupole occhieggiavano falsamente minacciosi 6 tronchi d'albero verniciati di nero e destinati ad ingannare, come effettivamente avvenne, l'osservazione aerea austriaca. All'interno, magazzini vuoti, camerate deserte, corridoi silenziosi; vuota pure la polveriera data l'assenza di artiglierie.

(Forte Leone – Lato anteriore)

Agli Alpini non rimaneva che sistemarsi alla meglio, approfittando delle spesse protezioni e del vasto complesso trincerato che circondava il rilievo su cui sorgeva l'opera; e così fecero.

Nel mattino dell'11, reparti austroungarici provenienti dalla Valsugana attraverso la conca del Tesino e da passo Rolle lungo la valle Cismon occupavano Lamon. Poco dopo iniziava il cannoneggiamento dei forti , ritenuti pienamente operativi, con la pronta risposta delle 3 batterie da montagna italiane impegnate senza pausa per tenere in soggezione il nemico.

(Fucilieri)

Nel primo pomeriggio, l'improvviso cedimento delle esauste compagnie del battaglione Cividale sulle pozioni a cavallo del Cismon, scopriva il fianco destro di cima Lan causando, all'alba del 12, la cattura dell'intero plotone esploratori del Val Brenta stesso nei dintorni del ponte di Frassenè.

La minaccia d'aggiramento non faceva tuttavia desistere gli alpini, i quali per tutta la sera, spostando continuamente nel bosco le poche mitragliatrici, rallentavano la marcia dei Kaiserschutzen.

(Mitraglieri alpini nella valle del Cismon - 1917)

All'alba del 12 il Monte Pavione era ormai spezzato in due tronconi: uno, quello orientale, in lento ripiegamento su Arsiè proteggeva ancora il fianco della conca di Primolano; l'altro, quello occidentale, teneva ancora il margine dell’altopiano di Celado.

(Forte Leone)

Verso le 8.00 del 12, con una delle ultime comunicazioni telefoniche dal comando di corpo d'armata, perveniva al magg. Olmi a cima Campo l'ordine di resistere ad oltranza con le truppe disponibili attorno al forte (il comando di battaglione, la 148^ e resti della 95^ compagnia) perchè non tutte le unità italiane in ritirata avevano oltrepassato la stretta di Primolano.

Fino alle 9.00 il bombardamento austriaco martellò le trincee tra l'opera corazzata e Col Mangà, quindi prese a battere insistentemente la fortezza ove restavano solo lo Stato Maggiore, alcuni feriti con l'ufficiale medico ed il cappellano del battaglione. Si susseguono diversi assalti in parte respinti dagli alpini. Alle 13.00 il comando austriaco, ormai esasperato, getta nella fornace, quasi tutte le truppe di cui dispone nelle prime linee: da monte Celado attaccano ancora i Kaiserschutzen mentre da malga Campo e dal fondo di val Sermana avanzano i reparti della 1^ brigata alpina; resta in riserva il battaglione degli Shutzen volontari dell'alta Austria. L'assalto sorretto dal tiro di batterie da 75 e 105 mm, procede su tre lati, lento ma inarrestabile. Cade per primo Col Mangà verso le 14.30; alle 15.00 Col Gnela; fino alle 15.30 gli alpini resistono sulle posizioni all'esterno del forte, appiattiti nelle trincee, mentre dietro a loro torreggiano imponenti(ed impotenti) le vuote cupole del 149.

Manca poco alle 16.00 quando la pressione avversaria obbliga il magg. Olmi ad ordinare ai superstiti il ripiegamento all'interno del perimetro della fortezza: vengono distribuite le restanti scorte di munizioni e bombe a mano, avanzi dell'ultimo rifornimento giunto al mattino da Primolano, giusto in tempo per impedire ad alcuni ardimentosi nuclei austriaci di scendere nel fossato o inerpicarsi sulle mura. Le armi automatiche ancora efficienti vengono disposte sui 4 lati, presso le cupole, e gli alpini guarniscono le feritoie del cortile posteriore e la trincea di cemento che contorna il blocco delle artiglierie.

Alle 16.30 viene lanciato nella mischia anche il battaglione degli Schutzen volontari dell'Alta Austria, affiancando il 164° Landsturn nell'ultimo assalto; proprio in quegli attimi, dal vicino forte di Cima Lan s'innalza una nera colonna di fumo che segna tra fragorose esplosioni la fine dell'opera gemella.

Verso le 17.00, il te. Col. Sirolli, comandante del gruppo alpino, chiama da Cismon (quel filo telefonico ancora intatto rappresenta un vero miracolo) elogiando il battaglione ed annunciando che tutti i reparti del XVIII° c.d'a. hanno oltrepassato il ponte sul torrente Cismon: gli alpini si ritirino pure ora, dato che anche i forti di Primolano sono stati sgomberati e stanno per essere fatti saltare.

Olmi risponde con fierezza che il suo reparto è ormai circondato, che è lieto di apprendere che il sacrificio del Pavione abbia salvato i reparti di val Brenta e di Val Cismon dalla cattura e che cercherà comunque con ogni mezzo di aprirsi la via verso il Grappa.

(Il Forte Leone appena catturato dagli austriaci nel 1917- foto d’archivio)

Novembre 1917

(Le vuote cupole corazzate del forte di Cima Campo 12 novembre 1917)

La conversazione non si è ancora interrotta quando un terrificante boato scuote la conca di Primolano : la tagliata della Scala e quella della Fontanella sono saltate in aria.

Nel forte, assieme ad Olmi, rimanevano a questo punto 12 ufficiali e circa 300 uomini, dei quali solo una cinquantina indenni, quasi privi di munizioni e granate. Ma gli alpini non erano ancora domi: Olmi e il comandate della 148^ organizzavano un'ultima disperata sortita dalla postierla corazzata meridionale, vicino all'ormai vuota polveriera, contando sulla nebbia e sull'oscurità incipiente. Si disponeva che tutti gli uomini efficienti spostassero la penna del cappello in avanti, nell'ingenuo tentativo di confondere le idee al nemico simulando le “Spielhanstoss(pennacchio) dei Kaiserschutzen, preparandosi all'estrema lotta.

(Kaiserschutzen)

Alle 18.00 la nebbia, che già copriva Col Gnela, arrivava al forte: alle 18.30 la squadra del sergente Pederiva dalle feritoie della facciata sud e quella del sergente Dall'Agnolo di Mellame da quelle del muro del cortile, effettuavano un'ultima scarica con le poche decine di cartucce rimaste, mentre le ultime SIPE (bombe a mano italiane) volavano verso il ghiaione su cui risalivano gli Schutzen; nello stesso istante la postierla blindata sud si apriva e gli alpini ancora validi iniziavano ad uscire in silenzio. Ben presto però il nemico si accorse dell'espediente ed iniziò a sparare nel buio, con le mitragliatrici, contro la porta ferrata riuscendo ad interrompere il flusso dei fuggitivi; solo una ventina di questi riuscì quindi a scampare alla cattura, gettandosi a rotta di collo giù per boschi e rocce.

Dall'interno della fortezza assediata, nel frattempo, il magg. Olmi, allo scopo di evitare ulteriori inutili spargimenti di sangue, comunicava senza ulteriori indugi la propria resa ad un ufficiale del 164° Landsturn. Senza più incontrare resistenza, gli austriaci entrarono dunque nella temuta opera corazzata, catturata pressochè intatta, raccogliendo nel piazzale i superstiti italiani e constatando con stupore l'assenza di qualsivoglia pezzo d'artiglieria nelle minacciose cupole girevoli: i tronchi d'abete avevano egregiamente sostenuto fino all'ultimo il loro ruolo di simulacri , trattenendo artiglierie nemiche per due lunghi giorni!

Un episodio particolarmente toccante si verificò in questo frangente quando un cappellano austroungarico che aveva smarrito la propria dotazione di Olio Santo, vedendo il cappellano del Pavione , pur esso prigioniero, aggirarsi tra i feriti, lo supplicò di dargliene un poco del suo, se ne avesse avuto, per impartire l'estrema unzione ad alcuni austriaci moribondi. E così avvenne, nella silenziosa commozione di vincitori e vinti.

Al magg. Olmi, per l'eroico comportamento tenuto dal suo reparto nel fatto d'armi, il comandante austriaco concesse l'onore di conservare la pistola d'ordinanza durante la prigionia.

“Mio nonno fu quindi catturato il 12 novembre 1917 dopo aver combattuto strenuamente alla testa del suo battaglione e condotto in un campo di concentramento in Serbia credo, dove rimase per un anno e dove ha imparato il serbo-croato.

(Commemorazione dei fatti d’armi al Forte Leone)

Però quando è finita la guerra e lo hanno rilasciato gli hanno fatto un processo perché era un atto dovuto: se qualcuno si arrendeva al nemico era un sospetto traditore. Lui era molto arrabbiato perché pensava di aver diritto ad una medaglia per il successo che aveva raggiunto ; il suo colonnello lo aveva lodato… e invece lo hanno messo sotto inchiesta.

Alla fine gli hanno dato una croce di guerra al valor militare con la seguente motivazione:

“Per la fermezza e l’abnegazione di cui diede prova, alla testa del suo reparto, in condizioni di resistenza disperate”- Cima Campo 12 novembre 1917.

Secondo lui, però, questa impresa che è ricordata nei libri meritava ben altro.

Di questi avvenimenti si fa memoria ogni anno.

(Cima Campo. Commemorazione italo austriaca per non dimenticare)

So che degli altoatesini che erano nell’esercito imperiale vanno e ricordano quegli avvenimenti come loro vittoria. Ho trovato anche delle memorie di ufficiali austriaci che con grande disprezzo dicono “italiani codardi, si sono arresi”.

Celebrano la loro vittoria, ma in realtà sono stati tenuti in scacco da 800 alpini contro due divisioni se non erro di kaiserjager e altre truppe scelte.

(Altoatesini a Cima Campo)

Subito dopo la guerra il nonno era nella Commissione d’armistizio con l’Austria a Klagenfurt.”

Dopo la Grande Guerra fu liberato e tornò in Italia.